Guyana, il nuovo Eldorado del petrolio

 

  

Guyana, il nuovo Eldorado del petrolio:

profitti miliardari, tensioni politiche e rischi ambientali

La Guyana, piccolo Paese sudamericano affacciato sull’Atlantico, è diventata uno dei nuovi centri strategici dell’industria petrolifera mondiale. La scoperta di enormi giacimenti marini ha attirato alcuni dei maggiori gruppi energetici internazionali, trasformando rapidamente l’economia nazionale e aprendo, nello stesso tempo, interrogativi politici, sociali e ambientali che meritano l’attenzione dell’opinione pubblica.

Protagonista di questa espansione è ExxonMobil, che guida il consorzio attivo nel giacimento di Stabroek, insieme alla statunitense Chevron e alla cinese Cnooc. ExxonMobil detiene il 45 per cento della partecipazione, Chevron il 30 per cento e Cnooc il restante 25 per cento. La produzione petrolifera del Paese ha superato i 900.000 barili al giorno, mentre le riserve individuate nel giacimento superano gli undici miliardi di barili equivalenti di petrolio. Nel luglio 2026 il consorzio ha inoltre annunciato di avere recuperato i circa 55 miliardi di dollari investiti nello sviluppo del progetto, aprendo la strada a maggiori entrate per lo Stato guyanese.

La crescita, tuttavia, non è priva di contraddizioni. Il governo deve garantire che la ricchezza prodotta dalle risorse naturali si traduca in migliori servizi pubblici, infrastrutture, istruzione e opportunità di lavoro. Il Fondo monetario internazionale ha sottolineato l’importanza di una gestione prudente delle entrate petrolifere, della trasparenza e della diversificazione economica. La dipendenza eccessiva dal petrolio potrebbe, infatti, esporre il Paese alle oscillazioni dei prezzi internazionali e accentuare le disuguaglianze.

Un’altra complicazione riguarda il Venezuela, che rivendica la regione dell’Essequibo, territorio ricco di risorse naturali e vicino alle aree di estrazione. La controversia è sottoposta alla Corte internazionale di giustizia, le cui udienze sul merito si sono svolte nel maggio 2026. La decisione definitiva è attesa entro la fine dell’anno. La disputa costituisce un fattore di rischio per gli investimenti e per la stabilità regionale.

Non meno importanti sono i rischi ambientali. Le attività petrolifere in mare possono provocare fuoriuscite di greggio, danneggiare la fauna marina e compromettere la pesca. Le coste guyanesi ospitano mangrovie e habitat essenziali per numerose specie, comprese le tartarughe marine. Il WWF richiama l’attenzione sulla necessità di controlli rigorosi, efficaci sistemi di risposta alle emergenze e garanzie per le comunità locali. La legge sulla prevenzione e sulla responsabilità per l’inquinamento petrolifero, approvata nel 2025, rappresenta un passo importante, ma la sua efficacia dipenderà dall’applicazione concreta.

Infine, l’espansione del gas naturale presenta nuove incertezze. Nell’ottobre 2026 Reuters ha riferito che il consorzio guidato da ExxonMobil potrebbe avere bisogno di maggiori quantità di gas per sostenere l’estrazione petrolifera, riducendo quelle disponibili per i progetti di esportazione.

Quanto sta accadendo in Guyana non riguarda soltanto gli azionisti delle compagnie petrolifere. Interessa i consumatori, gli equilibri internazionali, la sicurezza energetica e la tutela del clima. La sfida è impedire che una straordinaria ricchezza naturale si trasformi in una fonte di dipendenza, conflitto e degrado ambientale. Il successo economico di un Paese, infatti, non si misura esclusivamente dai barili estratti, ma anche dalla capacità di migliorare la vita dei cittadini e preservare il patrimonio naturale per le generazioni future. (Carlo Silvano)

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