Lavoro sfruttato, dignità negata: una ferita che interpella la coscienza civile e cristiana

 

 Lavoro sfruttato, dignità negata:

una ferita che interpella la coscienza civile e cristiana

Quanto in questi giorni è emerso nelle campagne di Vedelago (Treviso), e riportato dal quotidiano “Il Gazzettino”, non è soltanto un fatto di cronaca nera o giudiziaria: è una ferita profonda inferta alla dignità del lavoro e della persona, una ferita che chiama in causa la responsabilità della politica, dell’economia e della coscienza collettiva. Quarantadue uomini, giovani, regolarmente presenti sul territorio nazionale, costretti a vivere ammassati in un appartamento, senza condizioni igieniche minime, ridotti a forza lavoro docile e ricattabile. Dietro la facciata di una società formalmente in regola, si nascondeva un sistema di caporalato raffinato, capace di aggirare controlli e regole, e di svuotare dall’interno il senso stesso della legalità.

Dal punto di vista dei valori di “Democrazia Sovrana Popolare”, questa vicenda mostra in modo plastico cosa accade quando il lavoro viene subordinato esclusivamente alla logica del profitto e del mercato. Qui non siamo di fronte a una semplice irregolarità, ma a un modello economico che prospera sulla perdita di sovranità dello Stato, sull’indebolimento dei controlli pubblici e sulla riduzione del lavoratore a merce. Il fatto che tutto avvenisse sotto una parvenza di legalità – contratti, partita Iva, retribuzioni formalmente corrette – dimostra quanto il problema non sia solo la clandestinità, ma un sistema che consente di sfruttare anche chi è “in regola”. La sovranità, se è reale, deve saper difendere il lavoro come fondamento della Repubblica e non come variabile sacrificabile.

C’è poi una responsabilità più ampia che riguarda l’intera filiera. È necessario chiarire se le aziende agricole fossero consapevoli delle condizioni di vita dei braccianti o se abbiano scelto di non vedere, attratte da costi più bassi e da una comoda esternalizzazione della coscienza. In entrambi i casi, emerge un problema culturale prima ancora che giuridico: quando il prezzo diventa l’unico criterio, l’uomo sparisce.

Alla luce di una riflessione cristiana, quanto accaduto è ancora più grave. Ogni persona, indipendentemente dalla provenienza o dalla condizione sociale, è portatrice di una dignità inviolabile. Il lavoro, nella dottrina sociale della Chiesa cattolica, non è mai una semplice prestazione, ma una partecipazione alla costruzione del bene comune. Ridurre uomini a dormire sul pavimento o in automobile, privarli della libertà economica trattenendo di fatto i loro salari, significa negare questa dignità e offendere l’immagine stessa dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio.

Questo episodio ci ricorda che la giustizia sociale non si costruisce con slogan o con indignazioni di circostanza, ma con scelte politiche chiare: controlli seri, sanzioni esemplari, tutela reale dei lavoratori e responsabilità lungo tutta la catena produttiva. Difendere il lavoro significa difendere la persona, la comunità e, in ultima analisi, la civiltà. Dove il lavoro è schiavitù, la società intera si impoverisce, anche quando finge di essere efficiente e competitiva.

(Carlo Silvano, iscritto al partito Democrazia Sovrana Popolare, 22 dicembre 2025)

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